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6 Settembre 2016

Questioni di Stili

Quando si parla di birre artigianali si deve necessariamente far riferimento al concetto di stile. La definizione degli stili è necessaria per orientarsi nella vastità delle tipologie di birre, differenti per gusto, per profumo, per provenienza geografica, per storia. Ma per bere con piacere una birra di qualità, abbiamo veramente bisogno di una classificazione articolata?

Per rispondere vediamo di capire quali sono le spinte che hanno portato alla definizione degli stili.

La prima, la valutazione. La definizione formale degli stili è quella tenuta dal Beer Judge Certification Program (BJCP). Qui ogni birra è decritta in modo preciso facendo riferimento ad un insieme di caratteristiche specifiche, misurate secondo convenzioni ben definite. Il fine di questa classificazione è, da una parte, quello di fornire al giudice gli strumenti per valutare una certa birra e, dall'altra, quello di permettere al birraio di costruire una determinata birra secondo opportuni criteri che la possano rendere valutabile da un giudice nell'ambito di un concorso. E' un approccio che potremmo definire top-down: si parte dalla definizione dello stile, successivamente si costruiscono le birre in modo che possano essere inscatolate nei parametri della definizione dello stile stesso. Questo approccio porta con se intrinsecamente il concetto di giudizio ed è perfetto per i concorsi. Bisogna però stare attenti quando questo approccio viene usato al di fuori di un concorso: il rischio è quello di approcciarsi alla degustazione di una certa birra con il preconcetto di volerla valutare, di volerle assegnare un voto, un giudizio.

La seconda, la descrizione. La definizione informale di uno stile il cui obiettivo è semplicemente quello di descrivere una birra in modo qualitativo. In teoria chiunque potrebbe costruire la propria classificazione personale con il proprio vocabolario. Il lavoro più importante in questa direzione è stato quello di Michael Jackson, nel suo Beer Companion. Questo approccio può essere definito bottom-up: si parte dalla birra e, dalla sua descrizione, si costruisce gradualmente un vocabolario di termini e definizioni qualitative. Questo approccio prescinde da qualunque forma di giudizio: è pura descrizione estetica.

La terza, la spinta commerciale. Questa è delle tre la spinta apparentemente meno dignitosa, ma, detto questo, vale comunque la pena spenderci qualche parola. Pensiamo a quello che sta succedendo oggi sugli scaffali delle grandi distribuzioni dove sino a qualche tempo fa si trovavano svariatI marchI di birra, e dove oggi per ogni marchio si trovano molteplici birre differenti (almeno nell'etichetta): IPA, Porter, Stout, Blanche e così via. Oggi questo processo fa storcere il naso ai puristi delle birre artigianali, ma non dobbiamo dimenticare che alcuni dei nomi usati oggi per la definizione degli stili, e tanto amati dai puristi, hanno origini storiche puramente commerciali. Questo vale ad es. per il termine Porter, per il termine IPA, per il termine Bitter, per il termine Stout.

Proviamo ora a dare una risposta alla domanda iniziale: per bere con piacere una birra di qualità, abbiamo veramente bisogno di una classificazione articolata?

Forse no. Ma visto che stiamo parlando di "piacere" e quindi di una esperienza estetica, allora l'approccio descrittivo può sicuramente rendere questa esperienza più divertente.  

Nicola Serra
Beer Writer
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