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Intervista al birraio 

Intervista a Nicola Perra del Birrificio Barley di Maracalagonis

Nei giorni scorsi ho incontrato Nicola Perra, birraio e co-fondatore, insieme al socio Isidoro Mascia, del pluripremiato Birrificio Barley di Maracalagonis. Nonostante i suoi mille impegni, ha trovato il tempo di concedermi questa intervista, dove ci parla di passione e buona birra senza dimenticare alcune questioni spinose che girano nel pianeta birra artigianale. 

Bene Nicola partiamo dall’inizio, dal tuo inizio, come e quando nasce la passione per la birra artigianale?

Negli anni '80 conobbi la storica birroteca “Al Merlo Parlante” e le sue birre “strane”, o almeno era così che chiamavo quelle artigianali, di cui allora si sapeva davvero poco. Quelli furono i miei inizi da bevitore più o meno “consapevole”. Alla fine degli anni '90 iniziai invece la mia attività da hobbista, cercando di districarmi il più possibile tra gli stili birrari tradizionali noti e meno noti. Da lì sviluppai pian piano le mie preferenze, creando in casa delle ricette che rispondessero il più possible ai miei gusti personali ma, così facendo, stavo di fatto alimentando una passione sfociante lentamente in una sorta di “malattia”. A quel punto anziché curarla, l'ho assecondata aprendo un birrificio, col mio socio Isidoro Mascia, nel 2006.

La passione da homebrewer si è trasformata in vero e proprio lavoro, quanto è stato difficile fare il grande passo, considerando anche gli investimenti che ci vogliono per mettere su un microbirificio?

Non è stato facile, poiché allora i pochi birrifici aperti in Sardegna non navigavano in acque tranquille (chiusero di lì a qualche anno quasi tutti...) e ciò era considerato, dalle banche con le quali poi abbiamo iniziato a lavorare, un investimento a rischio. Oggi possiamo dire di essere stati bravi a far cambiare idea a quelle banche e alle successive, con le quali abbiamo messo in piedi i successivi investimenti.

Barley, un nome una garanzia, significa appunto orzo, come mai la scelta di questo nome?

L'idea mi è venuta considerando che l'orzo distico è il cereale base per fare birra; una parola facile da ricordare per tutti, con un taglio internazionale. Le birre invece dovevano avere una connotazione più “locale”; ecco perchè i nomi rimandano quasi tutti a modi di dire prettamente sardi, anzi, campidanesi.

Sei partito 10 anni fa nel lontano 2006 con la Friska, la Sella del Diavolo, la Toccadibò, e subito dopo la pluripremiata BB10 fatta con sapa di Cannonau, ora l’ultima nata della famiglia BB, appunto la BB7 dove addirittura hai usato un mosto fresco di uve moscato, concentrato a freddo! Raccontaci un po’ le tue birre e come è evoluto il tuo modo di fare birra.

Come detto in precedenza, produco le birre che mi piacciono di più e la nostra fortuna è che si vendono molto bene! Come idea di marketing sembrerebbe piuttosto stravagante; in realtà, questa scelta attiene fortemente all'idea che ho del prodotto artigianale. Le birre artigianali, a mio avviso, devono essere l'estensione della personalità del birraio. Ecco perchè non potevo fare delle birre che seguissero il mercato tracciato da altri produttori, ma piuttosto creare delle birre che si distinguessero per carattere e originalità. La scelta dell'utilizzo dell'uva fu dettata, tra le altre cose, dal fatto che provengo dal mondo del vino: i miei avi, da parte di padre e di madre, erano quasi tutti viticoltori e vinificatori. Il passaggio che ha portato alla creazione della BB10, ossia di una birra col mosto d'uva cotto (la prima in Italia e, credo, la prima al mondo) era quasi “obbligato”. 

Barley esporta oramai oltre oceano da parecchi anni e ultimamente vi siete inseriti anche nel mercato orientale, pensi in futuro di allargare ad altri mercati?

Nel 2007 partimmo con l'esportazione negli USA e successivamente anche in alcuni paesi europei. Il mercato orientale è molto interessante poichè anche lì la birra artigianale sta prendendo piede. E' una bella sfida! Ad ogni modo, col nuovo stabilimento (unito alla vecchia sede produttiva) riusciamo ad aumentare anche la quota di fatturato derivante dall'export, che in passato eravamo costretti a bloccare, per la ridottissima capacità produttiva rispetto alle richieste.

Oltre 1100 microbirrifici/beerfirm in Italia, una crescita esponenziale negli ultimi anni, se pensiamo che solo 5 anni fa erano poco più di 300, cosa ne pensi di questo fenomeno? Pensi che prima o poi si fermerà questa corsa e pensi che, in un certo modo, la presenza di troppi microbirrifici possa “intossicare” il settore?

Il numero di microbirrifici/beerfirm ad oggi è veramente impressionante. C'è da fare però un distinguo, poiché negli ultimi anni ho notato che crescono più velocemente di numero i beerfirm, rispetto ai produttori con impianto. Ciò è legato principalmente alla difficoltà di accesso al credito per molti piccoli imprenditori, che non consente loro di affrontare una spesa così gravosa come l'acquisto di un impianto e tutto quel che serve dalla produzione alla vendita. Fintanto che il mercato assorbirà l'offerta di un numero così elevato di etichette, ci sarà ancora spazio per la crescita generale del consumo di birra artigianale, non necessariamente rappresentata da nuovi produttori, ma magari dal consolidamento dei marchi con qualche anno in più di attività, che si sono distinti per produzione di qualità elevata e costante e che grazie a questo sono cresciuti, effettuando nuovi investimenti per rispondere meglio alle richieste del mercato nazionale (e non solo).

Un altro punto dolente: Birra del Borgo cede alle avances di Ab-InBev, i grandi gruppi di birra industriale hanno deciso di entrare di prepotenza nel mondo delle birre artigianali, cosa ne pensi?

Tutto sommato, nulla di nuovo, direi. E' successo qualche decennio fa con marchi che da piccoli sono poi diventati industrie di medio o grosso taglio e che poi sono state assorbite da grosse multinazionali. La differenza rispetto al passato consiste forse nel fatto che i colossi stanno acquistando non solo birrifici “craft” di grosso o medio taglio, ma anche di piccole dimensioni. Se si pensa alla dimensione media dei birrifici acquisiti a Ab-Inbev, Birra del Borgo è senz'altro il più piccolo...e credo che non si fermeranno ancora con lo”shopping birrario”, in giro per il pianeta.

Ultimamente alcuni birrifici si fregiano del titolo “Birrificio agricolo”, pensi che questo possa essere un percorso interessante da percorrere in futuro anche per Barley?

Non mi risulta che fuori dall'Italia esista la definizione di “birrificio agricolo” e questo fa riflettere.

La legge che regola l'attività dei birrifici agricoli, così com'è strutturata, non mi piace affatto: lascia troppo spazio ad interpretazioni “furbette”, o “all'italiana”, per intenderci. Ciò non toglie che ci siano produttori che nell'attività agricola collaterale ma annessa alla produzione di birra ci credono e fanno di tutto per mandare avanti questa idea. Io continuo a preferire l'attività di birraio e imprenditore artigiano che, come impegni giornalieri, non è cosa da poco, scegliendo la grande varietà di malti di cui necessito per le 14 etichette della gamma Barley, dalle migliori malterie europee e lo stesso dicasi per i luppoli.

È stata approvata la legge, che introduce finalmente la sospirata definizione di birra artigianale per i birrifici sino a 200.000 hl annui (!). Pensi sia una buona legge, quanto c’è ancora da fare a livello politico per poter abbattere i costi spropositati delle accise?

Penso che l'asticella dei 200mila ettolitri/anno per essere considerati artigianali sia eccessiva e comunque molto fuori dalle dimensioni produttive medie italiane; stiamo parlando di almeno due ordini di grandezza in eccesso! Sono numeri ai quali non si arriverà mai in Italia per almeno il 98% dei produttori attuali e futuri. Fare impresa in Italia significa pagare tasse molto elevate e ai vari costi che un birrificio deve sostenere (inclusi gli innumerevoli adempimenti che costituiscono anch'essi dei fardelli pesanti per l'azienda), si aggiungono anche le accise sul mosto. Ma paradossalmente, la cosa più gravosa non sono tanto le accise, quanto i registri e gli adempimenti che la gestione delle stesse comporta.

Ultima domanda, sei partito come homebrewer con i classici pentoloni autocostruiti, in Italia sempre più persone si avvicinano a questo settore partendo appunto dal farsi la birra in casa, che suggerimenti hai per chi vuole trasformare questa passione in un vero e proprio lavoro?

La passione non basta: è più che altro il motore che attiva l'idea di trasformare un hobby in un'attività a tempo pieno. Perchè ciò accada, bisogna considerare che fare birra in un birrificio, significa fare impresa, con tutto quel che comporta come si diceva poc'anzi. Per cui, non c'è spazio per l'improvvisazione...forse in passato è stato così. Oggi il mercato della birra artigianale è altamente competitivo e se si fanno investimenti senza fare bene i conti prima, si rischia davvero parecchio. Professionalità e competenza sono alla base di ogni impresa che sappia stare sul mercato: un birrificio non fa eccezione!

Grazie Nicola per la tua disponibilità, a presto!

Info
- www.barley.it
- Scheda birrificio su Le strade della Birra

 

Stefano Statzu
Beer Writer
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29 Maggio 2017

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